Medicina e Morale, 4 (1996), pp. 635 - 638
A, Fiori, Affari privati
e pubbliche virtù
In un recente dibattito un noto docente di filosofia "di area laica" - così oggi si dice - avrebbe censurato "Medicina e Morale" per aver rilevato che spesso alcune affermazioni in campo bioetico non sono esenti da condizionamenti economici. Perché ci si rifiuta di riconoscere questo fatto e di darne una valutazione? Quando non entrano in gioco palesi motivi di interesse personale sono forse le "solidarietà" ideologiche ad offuscare la vista? Difficile dirlo, ma certo è lecito e doveroso richiamare l'attenzione critica su questo problema, che è di attualità soprattutto nella procreazione assistita, ma riguarda anche gran parte delle proposte della moderna biomedicina.
Che ogni attività professionale abbia implicitamente il proprio vantaggio economico è cosa scontata e giusta. Che quindi la complessa attività correlata alla procreazione assistita comporti costi e compensi, e quindi interessi professionali legittimi, è altrettanto ovvio e giustificato. Che coesistano anche interessi rilevanti di industrie che si occupano dei vari aspetti del settore è pure cosa scontata. Forse meno "scontati", è il caso di giocare sul termine, sono i prezzi praticati per i trattamenti plurimi cui le donne devono sottoporsi. A tutti è noto che la fecondazione assistita mette in moto anche un cospicuo volume di interessi. Nell'autunno 1995 un numero del settimanale Newsweek, esprimendo perplessità sul rapporto costi-benefici della procreatica, indicava in diecimila dollari il prezzo medio di un tentativo di fecondazione assistita. E poiché nel 1993 sono state effettuate negli Usa ben 41.209 procedure con 8741 nascite, è agevole calcolare il costo finale annuo, che del resto è stato indicato di recente, su "Avvenire", in circa 350 milioni di dollari. Poiché non è infrequente che a causa degli insuccessi (tre su quattro procedimenti, in media) una donna affronti più di un tentativo, il costo individuale è presto calcolato.
Non intendiamo scandalizzarci né ci permettiamo di obiettare su prezzi pur così rilevanti. I problemi sono altri e su questi intendiamo essere molto franchi così come lo siamo già stati, del resto, in precedenza.
Il primo di questi problemi è l'esistenza di un oggettivo conflitto di interessi, al di là delle presunte buone intenzioni, se chi è chiamato a decidere della liceità morale di certe pratiche mediche opera già in quel settore. E, di fatto, alcuni di coloro che si trovano in queste condizioni di oggettivo conflitto di interessi, spesso propugnano pubblicamente il superamento di ogni prospettato limite bioetico, partecipano a commissioni bioetiche non meramente tecniche e chiedono al legislatore una regolamentazione che consolidi o addirittura allarghi l'attuale situazione, dando così legittimità giuridica ad una permissiva attività professionale. Il secondo problema è che si voglia presentare, attraverso pubbliche partecipazioni - e dichiarazioni a getto continuo, sulla stampa, alla radio ed alla televisione - il volto virtuoso e disinteressato di chi vuole unicamente il bene dei cittadini. Alcuni, addirittura, prendono abilmente le distanze da altri operatori del settore collocati invero sullo stesso versante, ma additati più o meno esplicitamente alla pubblica riprovazione per la loro spregiudicatezza. Essi professano pubbliche virtù in costanza di persistenti (e legittimi) interessi privati, propri e di gruppo.
Nessuno, lo ripetiamo, contesta il giusto guadagno per l'opera professionale. Ma non si può accettare senza replica che si continui a presentare ogni aspetto della procreazione assistita come un generoso e disinteressato bene per la società, una vittoria della scienza coraggiosa ed innovatrice sulle resistenze oscurantiste e retrive di "Medicina e Morale" o di quanti altri ritengono invece un inderogabile dovere porre dei limiti onesti e ragionevoli dettati dai principi morali ed anche, più semplicemente, dall'umanità e dal buon senso: i limiti della Bioetica, insomma, quella vera e non quella condizionata.
In tema di pubbliche virtù è doveroso segnalare la chiusura del lungo dibattito pluridomenicale dedicato al "Manifesto di bioetica laica" pubblicato su "Il Sole 24 ore". Gli autori del Manifesto (che era stato sottoposto a motivate e varie osservazioni critiche da parte di diversi settori della cultura italiana) concludono la loro poco convincente replica con questa dichiarazione: "Di fronte a posizioni di tale dogmatismo ed intolleranza - che ci auguriamo minoritarie nel nostro paese - noi laici, pluralisti, liberali ma anche solo persone civili tra le quali annoveriamo la maggior parte dei credenti, riteniamo che contrapporci non solo non sia un problema, ma sia anzi un dovere".
"Dogmatismo ed intolleranza" sono addebitati, palesemente, al Centro di Bioetica dell'Università Cattolica che viene quindi classificato, con alcuni menzionati suoi membri, tra le minoritarie persone incivili. Gli altri credenti sono invece salvi: l'hanno deciso con tolleranza e grande rispetto i "civili" autori del Manifesto. Complimenti.
Nessuna risposta, ovviamente, si legge sul problema del conflitto di interessi che può prospettarsi per alcuni professionisti della procreatica quando si occupano di bioetica. Problema che l'articolo liquida con sdegno, senza neppure tentare di negarne l'esistenza e di proporre qualche soluzione, qualche passo indietro. E’ un punto troppo dolente per alcuni protagonisti della cosiddetta bioetica laica che, più volte chiamati "civilmente" a rispondere, hanno fatto sempre orecchio da mercante fuggendo più o meno abilmente nella filosofia.
Per quanto ci riguarda siamo convinti - e con noi lo sono di certo tutti i credenti nella verità - che sia anche a causa di plurimi interessi, economici e scientifici (e non solo per motivi di principio), che l'embrione non deve essere persona. Chi invece ritiene sia persona umana fin dall'inizio è "dogmatico", "intollerante" ed "incivile".
Avremmo preferito che a risvegliare la coscienza dei cittadini ed a ricondurli ad elementari quanto essenziali verità di conoscenza non fosse stato necessario lo scongelamento e l'incenerimento di migliaia di embrioni innocenti. Né che la stampa avesse finalmente reso noti - riferendo un caso avvenuto in Gran Bretagna - i procedimenti di "aborto selettivo", già da tempo praticati, mediante i quali si eliminano uno o più gemelli, assai spesso causati dalla fecondazione artificiale, per lasciarne uno in vita nell'utero, esposto fra l'altro ai tossici di un fratello ormai cadavere.
Ma queste sono le vicende della storia dell'uomo. Sta di fatto che i drammi consumati in poche settimane hanno vanificato d'un solo colpo tante contorte e supponenti discettazioni ed indotto la stampa a percepire le reazioni indignate e sconfortate della vera opinione pubblica, quella che non redige né legge "manifesti" e tuttavia conosce per istinto infallibile la verità. Così, in questa improvvisa quanto tardiva presa di coscienza, si è anche riscoperto il pensiero di Primo Levi che già nel 1975 aveva avvertito i grandi pericoli della fecondazione assistita. Ed il quotidiano Il Foglio ha incalzato con un esemplare editoriale ("Eugenetica Democratica" 7 agosto) che abbiamo ritenuto giusto pubblicare tra i nostri Documenti (a pag. 810) con la cortese autorizzazione della sua Direzione. Non sarà anche quel quotidiano "dogmatico" e "intollerante"? Sarà almeno "laico"? E quanto alla Chiesa, ha proprio "toni da crociata" nel denunciare una verità che è sotto gli occhi di tutti? Questi toni sono stati lamentati, con poca convinzione, il 9 agosto di quest'anno da un giornalista del principale quotidiano nazionale, nel momento in cui era peraltro costretto ad ammettere che si è davvero oltrepassato ogni limite morale ed umano: "nemmeno la fantasia 'cosmicomica' di Levi - egli ha "laicamente" scritto - poteva immaginare le stravaganze e gli eccessi ai quali ci fa assistere l'industria della fecondazione assistita". Giudizio che è in piena sintonia con il titolo di questo editoriale.