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Medicina e Morale, 6 (1997), pp. 1055-1058


Angelo Fiori, Realtà e speranze della medicina
 
 

Le grandi speranze affidate ai poteri della medicina in questo finire del secolo, e proiettate sul secolo che si affaccia, sono fondate sulla realtà o sono invece un'altra grande illusione dell'uomo? Speranze d'una salute perenne, della guarigione di ogni malattia, di una vita prolungata oltre limiti che si conoscono - ma si cerca di esorcizzare - di una vecchiaia rallentata nel corpo e nella mente. Speranze forse di sempre ma, in passato, proporzionate ad una medicina povera ed impotente, commisurate allora alla consapevolezza dell'umano destino e trasfuse nella speranza di una vita migliore ultraterrena.

Nell'attuale civiltà del benessere (della quale in verità fruisce solo una parte dell'umanità), sempre più secolarizzata e scettica, è dilagante la tendenza a negare la sacralità della morte ed a pensare che tutto si concluda nel passaggio terreno. Così si investono tante attese - anche le più irragionevoli - nei successi della medicina moderna.

Bisogna riconoscere che questa ottimistica fiducia è in parte giustificata. I progressi delle scienze biomediche sono stati tali, nel corso di poco più di un secolo - con incremento esponenziale negli ultimi decenni - da far dimenticare l'oscurità scientifica che ha avvolto millenni della storia dell'uomo. Di molte malattie oggi si conoscono le cause uniche o plurime. Si è penetrati fino all'intimo del genoma per scoprire le ragioni non solo di malattie genetiche ma anche di predisposizioni ad un gran numero di malattie. La diagnosi si è affinata anche con l'aiuto di strumenti sempre più penetranti nell'intimo degli organi e del biochimismo. La terapia, pur avvalendosi ancora di una quota di rimedi empirici, poggia le proprie basi in prevalenza su farmaci efficaci i cui effetti, anche negativi, sono ben conosciuti; e con le varie discipline chirurgiche è in grado, anche grazie ai progressi dell'anestesiologia, di affrontare apparati un  tempo non aggredibili, affiancando ai metodi demolitivi tecniche ricostruttive e sostitutive di grande e duraturo rilievo funzionale.

Di questi progressi il pubblico è a conoscenza anche perché i mezzi di comunicazione di massa, resisi conto del diffuso interesse per i temi della salute, hanno messo in atto una strategia di ampio respiro mediante rubriche sui quotidiani ed i settimanali, riviste divulgative di medicina, programmi televisivi e comunicati che con notevole frequenza annunciano nuove scoperte addirittura nei telegiornali e radiogiornali.

Non può dunque sorprendere il rispetto e l'ammirazione  che la  scienza biomedica suscita ovunque e le speranze che  alimenta non solo in chi è ammalato ma anche, e forse ancor più, in chi è sano ma teme le insidie della malattia.

Purtroppo grandi rimangono i limiti delle conoscenze mediche e delle possibilità terapeutiche e sarebbe qui troppo lungo elencarli. Di tante malattie non si conoscono le cause intime, al più solo alcuni fattori che concorrono a produrle in talune persone e non in altre. Si pensi, ad esempio, a molte malattie del sistema nervoso centrale ed a gran parte delle malattie mentali maggiori. Di molte malattie, forse di gran parte, oggi si conosce il quadro clinico, anche nelle sue possibili varianti, ed è pertanto possibile una diagnosi certa o perlomeno un inquadramento diagnostico. Ma nella terapia ancora vaste sono le aree in cui sono possibili soltanto terapie sintomatiche e di sostegno, cure palliative, ovvero demolizioni chirurgiche con correlative limitazioni funzionali, cure temporanee che prolungano la vita per pochi anni ma non portano a definitive guarigioni, come ad esempio avviene per molte forme oncologiche.

D'altro canto l'aumento della durata della vita media - che è riconducibile, nei Paesi in cui si è verificato, al miglioramento del tenore di vita più che alle cure mediche - non significa che l'orologio biologico che è inscritto nel genoma di ciascuno di noi abbia realmente aumentato la sua carica, allungando il tempo massimo di sopravvivenza oltre i limiti che la natura ha fissato per la nostra specie. Aumentano di certo gli ultracentenari, ma si tratta di pochi esemplari, citati e fotografati per la loro rarità, ammirati - malgrado gli evidenti segni della loro decrepitezza - anche nella segreta speranza di seguirne la sorte.

Questi limiti biologici degli individui della nostra specie sono i limiti stessi della medicina, e lo saranno in futuro anche se in forme diverse: per il sopravvenire di nuove forme morbose, per il ripresentarsi di altre che sembravano scomparse, per la resistenza a determinati farmaci, per l'inevitabilità di molte complicanze e così via.

La medicina moderna, d'altro canto, può essere di per sé fonte diretta di danno, cioè di malattie iatrogene non di rado mortali, molto più di quanto non lo fosse quella del passato. L'invasività di tanti metodi - non solo chirurgici - è spesso rilevante e la rischiosità dei trattamenti diagnostici, ma soprattutto terapeutici, è nota a chiunque abbia ottenuto seriamente una laurea in medicina.

Questi limiti e queste dannosità iatrogene non sono peraltro note, se non vagamente, al grande pubblico, cui i "media" preferiscono presentare il volto splendente della medicina, celebrandone i trionfi. Salvo poi denunciare il presunto tradimento dei medici per ogni insuccesso che a loro viene addebitato sempre più frequentemente. E' ormai quasi rituale la domanda di congiunti di pazienti che, affetti da malattie a prognosi infausta, giungono al termine del previsto calvario: di chi è stata la colpa? Ed è sottinteso: di quale medico, di quali medici è stata la colpa?

Questa è la ragione del martellante giudizio di "malasanità" che affligge oggi la sanità occidentale pur nel momento del massimo fulgore delle discipline mediche. E se, ovviamente gli errori medici esistono, e sono sempre in agguato, e non di rado sono anche dovuti a condotte negligenti, imprudenti ed imperite, resta il fatto che il generale processo che la società intenta ogni giorno alla classe medica ha ormai superato i limiti del ragionevole e del tollerabile. È una generalizzata chiamata a giudizio non soltanto ingiusta ma anche pericolosa: perché toglie ai medici la serenità e la sicurezza necessarie per ben operare, e provoca nei pazienti uno stato di dannosa paura che si aggiunge a quella inevitabilmente prodotta dalla malattia.

Invochiamo da tempo una informazione medica al pubblico radicalmente nuova, nella quale l'opinione pubblica si senta compartecipe dei problemi della medicina, affidata ad uomini e donne come tutti gli altri, benché laureati ed eventualmente specializzati in qualche disciplina specifica; e venga pertanto informata con sincerità dei limiti e dei rischi della medicina, evitando trionfalismi narcisistici od interessati.

Questa è una strada che si dovrà necessariamente percorrere e spetta soprattutto agli Ordini dei Medici imboccarla, prima che sia troppo tardi.

Detto questo non si può tuttavia non riconoscere quanto sia, e quanto sarà difficile un giusto equilibrio tra le notizie che inducono al realismo ed alla prudenza, e quelle che segnano ogni tappa del progresso medico (purché sia una vera tappa, non già un "messaggio promozionale", come spesso avviene).

Non può negarsi, infatti, anche il diritto alla speranza che, in tutti i campi della vita, è inscritta nell'intima  natura dell'uomo. Per cui è particolarmente doveroso sostenerla ed  alimentarla, nel cruciale settore della salute, per chi è ammalato e chi è sano, per i giovani e per i vecchi. Questo sacrosanto obiettivo, però, non può essere onestamente raggiunto facendo pagare a tanti medici l'ingiusto prezzo di speranze irragionevoli, estranee alla realtà della medicina, autentiche fughe davanti al mistero della caducità della nostra umana esistenza, frutto anche dell'affievolirsi del sentimento religioso.