Medicina e Morale, 1 (1999), pp. 9 - 15
Clonazione umana “terapeutica?”
Il secolo che sta tramontando è
stato definito “il secolo biotecnologico”: in effetti le notizie della messa a
punto di nuove tecniche d’intervento sulla vita vegetale, animale e umana
investono quasi quotidianamente l’opinione pubblica suscitando reazioni spesso
concitate e di opposta valutazione.
Il rischio che si può correre è
quello di fornire giudizi frammentari ed emotivi, poggiati talora su notizie
incomplete e non ben comprese, oppure si può cadere nella assuefazione agli
annunci sensazionali, senza aver provato a farsi un’idea precisa della portata
umana e culturale di ciò che accade.
È necessario allora avviare una
riflessione documentata, pacata e obbiettiva e offrirla come doveroso
contributo per l’informazione soprattutto per i non addetti ai lavori, al fine
di far progredire la presa di coscienza attorno agli eventi scientifici e
biotecnologici che contrassegnano il nostro tempo.
Che cosa è
stato fatto
Dopo l’annuncio della clonazione
della pecora Dolly, nei primi mesi del 1997 (come si ricorderà, si è trattato
precisamente della clonazione per fusione di un ovocita enucleato con una
cellula somatica prelevata dalla mammella di una pecora adulta di 6 anni e
coltivata in laboratorio), l’allarme si è concentrato subito sulla possibilità
di trasferire il procedimento all’uomo. Le condanne morali di questa
eventualità furono molte: da più parti, rimandando ad una valutazione prudente
e competente il giudizio sull’impiego di quel procedimento sugli animali, si
invocarono norme di legge chiare e definitive per quanto riguarda la clonazione
umana.
Fin dal primo momento nei vari
comunicati degli Organismi Internazionali (Unesco,
Parlamento Europeo, Consiglio d’Europa, Oms,
…) si notavano espressioni e tonalità diversificate, che ponevano comunque
l’accento su una condanna generale della clonazione umana, condanna ora frutto
di un accordo tra diverse concezioni antropologiche ed etiche, ora basata solo
sulle possibili conseguenze di tali procedure.
A tal proposito venivano diffuse
nell’opinione pubblica ipotesi e locuzioni che intendevano configurare
procedimenti particolari finalizzati alla produzione di cellule e tessuti per
successivi impieghi di medicina sperimentale e clinica, soprattutto nella linea
dei trapianti terapeutici. Si è parlato della produzione di linee cellulari
multipotenti a partire da cellule staminali di origine embrionale (precisamente
cellule della massa cellulare interna della blastocisti), provenienti da
embrioni umani prodotti mediante clonazione.
L’opinione pubblica, per motivi di
comunicazione e per la volontà di guadagnarne più facilmente il consenso, è
stata indotta a credere che si potessero produrre cellule e tessuti per
clonazione da altre cellule e tessuti senza considerare, invece, che tale
procedura implicherebbe necessariamente la generazione di embrioni umani, sia
pure allo stadio di blastocisti, non destinati ad essere trasferiti nel corpo
di una madre per il successivo sviluppo ma al solo fine di usarne le cellule ed
essere così distrutti. Questo “malinteso” ha indotto molti a ritenere che tali
procedimenti dovessero essere giudicati positivamente dal momento che avrebbero
una finalità terapeutica di grande valore per la cura di determinate malattie e
non lederebbero l’integrità dell’individuo umano.
Nel frattempo giungeva l’annuncio
della disponibilità da parte dello stesso Centro della Scozia che aveva clonato
Dolly a collaborare con una industria statunitense per la produzione di cellule
e tessuti umani attraverso procedimenti di clonazione e l’allestimento di
banche di tale prezioso materiale umano.
Venne richiesto all’uopo il parere
della Licensing Authority
del Regno Unito che si pronunciava positivamente nei primi giorni del mese di
dicembre 1998 per il via libera a tale procedimento, cioè favorevolmente ad una
clonazione con finalità terapeutica considerata una sorta di frutto della
biotecnologia “dal volto umano”.
Si è così costruito, come spesso
accade in queste situazioni, un dilemma: o dare il via libera a tale produzione
“benefica”, oppure impedire alla scienza di procedere verso la vittoria su
malattie degenerative (come il morbo di Parkinson), metaboliche (come il
diabete mellito insulino-dipendente), o oncologiche (come la leucemia).
A questo punto si rende urgente chiarire
i termini della questione ed esaminare da vicino la pertinenza di questo
dilemma.
Che cosa
si vorrebbe fare
In realtà, ciò che l’industria
biotecnologica intende realizzare attraverso questo tipo di tecnologia a scopi
terapeutici si configura come una vera e propria clonazione di individui umani:
non si tratta, infatti, di riprodurre cellule tra di loro identiche partendo da
un’unica cellula progenitrice, come avviene attualmente nel campo delle colture
cellulari; né si tratta semplicemente di produrre, con la tecnica della
proliferazione cellulare in vitro,
tessuti destinati all’impianto (ad es. tessuto cutaneo, osseo e cartilagineo),
secondo i procedimenti dell’“ingegneria tissutale”. Questa tecnica si avvale di
prelievi dal corpo umano o animale di cellule in grado di proliferare e
generare tessuti in laboratorio, con lo scopo di sostituire tessuti del corpo
di un paziente compromessi, ad esempio, da una grave ustione. Se si trattasse,
infatti, della riproduzione di cellule o di interventi di ingegneria tissutale
non ci sarebbe di per sé alcuna difficoltà etica ad ammettere la liceità di
queste tecniche.
Quello di cui si tratta, invece, -
e i ricercatori lo sanno benissimo - è la produzione di cellule e tessuti a partire
da embrioni umani clonati, cioè di esseri
umani di cui si prevede l’interruzione dello sviluppo stesso per poterli
utilizzare come fonte di “prezioso” materiale biologico per “riparare” tessuti
o organi degenerati in un individuo adulto.
È infatti noto che le cellule
dell’embrione prima dell’impianto in utero e le cellule staminali pluripotenti
che si ritrovano nell’organismo umano anche in fasi successive dello sviluppo,
hanno capacità estesa di autorinnovamento e di differenziazione e si vorrebbe
sfruttare tale potenzialità per le molteplici finalità terapeutiche prima
richiamate.
Per quanto riguarda le cellule
staminali pluripotenti è noto che esse possono essere reperite anche in diversi
altri tessuti oltre che nell’embrione precoce. Si trovano, infatti, tra le
altre sedi, sia nel sacco vitellino, nel fegato e nel midollo osseo del feto,
sia nel sangue del cordone ombelicale al momento del parto. Nel caso in cui si
recuperino cellule staminali da embrioni o feti abortiti spontaneamente, o dal
cordone ombelicale, al momento del parto, non si presentano particolari
problemi etici. Tuttavia queste cellule non sarebbero in grado di dare luogo a
quella varietà di differenziazioni cellulari che si possono invece avere dalle
cellule staminali derivate da embrioni e dunque non sembrano soddisfare le
esigenze del biotecnologo, il quale va alla ricerca di cellule numerose, vitali
e selezionate in relazione alle richieste cliniche. Per questo la produzione di
un organismo umano allo stadio embrionale di sviluppo mediante clonazione
verrebbe considerata una sorgente preferenziale e una riserva di cui disporre
nel tempo, sfruttando la crioconservazione dell’embrione stesso. Inoltre, i
tessuti così ottenuti risulterebbero istocompatibili con quelli del donatore
del nucleo, il paziente stesso; questo fatto consentirebbe di superare il problema
del rigetto da trapianto con tessuti “estranei” al paziente.
L’uso della clonazione in tal
senso permetterebbe, perciò, di avere un prodotto specifico e “abbondante”, sì
da alimentare le speranze di una fiorente attività bioindustriale. E se si
riflette un momento ci si può rendere conto che, in effetti, la sollecitazione
ad imboccare la via della ricerca sulla “clonazione terapeutica” è venuta
proprio dalla industria biotecnologica. Proprio un’industria statunitense, per
es., si è mostrata molto interessata - annunciandolo su Internet - alla
possibilità di brevettare prodotti per la terapia di malattie degenerative
legate all’età, per cui si è detta disposta a finanziare queste ricerche che
portino alla produzione di cellule staminali, come pure alla identificazione
dei fattori di differenziazione cellulare, sia al fine di approntare interventi
di ingegneria genetica, sia per l’utilizzo nei trapianti.
La
valutazione bioetica
I riflessi bioetici di tali
procedure, malgrado gli intenti “umanistici” di chi preannuncia guarigioni
strepitose per questa strada che passa attraverso l’industria della clonazione,
sono enormi, tali da dover richiedere una valutazione pacata ma ferma, che
mostri la gravità morale di questo progetto e ne motivi una condanna
inequivocabile.
Innanzi tutto va detto che la
finalità umanistica a cui ci si appella non è moralmente coerente con il mezzo
usato: manipolare un essere umano nei suoi primi stadi vitali per ricavarne il
materiale biologico necessario alla sperimentazione di nuove terapie,
procedendo così all’uccisione di questo stesso essere umano, contraddice
palesemente il valore sotteso allo scopo di salvare la vita (o di curare
malattie) di altri esseri umani. Il valore della vita umana, fonte
dell’eguaglianza tra gli uomini, rende illegittimo un uso puramente strumentale
dell’esistenza di un nostro simile, chiamato alla vita per essere usato
soltanto come materiale biologico.
In secondo luogo, questa prassi
stravolge il significato umano della generazione, non più pensata ed attuata
per scopi riproduttivi ma programmata per finalità medico-sperimentali (e
perciò anche commerciali).
Questo progetto si alimenta della
progressiva spersonalizzazione dell’atto generativo (introdotta con le pratiche
della fecondazione extracorporea), che diventa un processo tecnologico che
rende l’essere umano proprietà d’uso di chi è in grado, in laboratorio, di
generarlo.
Nella clonazione umana per scopi
terapeutico/commerciali, si stravolge la figura stessa del “genitore”, ridotto
al rango di prestatore di un materiale biologico con cui generare un
figlio/gemello destinato ad essere usato come fornitore di organi e tessuti di
ricambio.
Questa prassi è contraria persino
alla Convenzione Europea sui “Diritti dell’uomo e la biomedicina”, la quale,
pur permettendo - e si tratta di una scelta che noi riteniamo deprecabile e
moralmente illegittima - l’utilizzazione degli embrioni ottenuti in
sovrannumero dalle pratiche di fecondazione artificiale, proibisce tuttavia la
loro produzione a scopi sperimentali (art. 18b). Il fatto che il Regno Unito
non abbia ancora firmato questa Convenzione, non è motivo sufficiente per
sottovalutare il principio espresso dalla Convenzione Europea, che sancisce il
diritto di ogni essere umano a non essere generato per scopi differenti dalla
riproduzione stessa.
Nel caso che qui stiamo
esaminando, inoltre, non ci si pone all’interno dei criteri della
sperimentazione rischiosa o meno che sia, ma si avalla il principio per cui
sarebbe legittima una utilizzazione dell’essere umano che ne comporti la
distruzione.
Ma una simile prassi è in evidente
contrasto con i diritti dell’uomo, poiché permetterebbe di utilizzare un essere
umano vivente per ricavarne cellule o tessuti sia pure in vista del benessere
di un altro individuo, anche quando ciò comporti la morte di tale essere umano
utilizzato.
Il principio che di fatto viene
introdotto, in nome della salute e del benessere, sancisce una vera e propria
discriminazione tra gli esseri umani in base alla misurazione dei tempi del
loro sviluppo (così un embrione vale meno di un feto, un feto meno di un
bambino, un bambino meno di un adulto), capovolgendo l’imperativo morale che
impone, invece, la massima tutela e il massimo rispetto proprio di coloro che
non sono nelle condizioni per difendere e manifestare la loro intrinseca
dignità.
La civiltà occidentale, che ha
saputo emanciparsi dalle discriminazioni razziali e ha sancito il diritto di
ogni essere umano ad essere trattato come membro della famiglia umana,
indipendentemente dalle sue condizioni di salute, età, stato sociale, rischia
ora di permettere, con la mediazione della tecnologia, l’avvento di una nuova
barbarie.
Il progetto della clonazione umana
per scopi terapeutico/commerciali manifesta il ritorno di quel darwinismo
sociale che è stato alla base del razzismo pseudo-scientifico della fine
Ottocento.
La prassi della clonazione non può
trovare alcuna legittimazione nemmeno dalle discussioni riguardanti l’identità
individuale e personale dell’embrione programmaticamente ottenuto in
laboratorio: si tratta di un nuovo essere umano, intrinsecamente orientato al
suo sviluppo e alla sua piena maturazione individuale, che si attuerebbe se non
fosse scientemente ostacolata. Privo di ogni consistenza, poi, è il riferimento
al fatto che questi esseri umani allo stadio embrionale, destinati a fornire
cellule e tessuti, non siano in grado di sentire dolore: l’assenza del dolore
non giustifica la soppressione di un essere umano, e l’uccisione di un uomo
sotto anestesia non cesserebbe di essere un omicidio.
È fin troppo evidente che qui,
appellandosi al criterio della salute, si conta sulla complicità dell’egoismo
collettivo: la strategia linguistica con la quale si vuole depotenziare il
significato morale della clonazione umana (per cui oggi si è introdotto il
termine di “corpo embrioide” per riferirsi all’embrione costruito in vitro attraverso la clonazione e destinato ad
essere deliberatamente distrutto) manifesta l’originario disagio di fronte alla
consapevolezza che si sta progettando di generare, usare ed eliminare qualcuno
di noi.
Bisogna, invece, avere il coraggio
di guardare nel microscopio elettronico e di riconoscere che lì non c’è una
cellula qualsiasi, non c’è un amorfo materiale genetico, ma c’è un essere umano
che inizia il suo cammino vitale. Gli scopi terapeutici, quand’anche fossero
veri e non soltanto ipotetici e barattati con delitti reali, non giustificano
mai l’uccisione programmata del proprio simile o la sua produzione in serie.
La logica che governa questo
progetto è legata al mercato biotecnologico, e nulla ha a che fare con il
momento conoscitivo proprio della scienza. Non possiamo dimenticare che a
questo esito si è arrivati con l’avvio della procreazione artificiale, quando
si è proceduto alla separazione del momento e del fatto procreativo
dall’espressione dell’amore coniugale e personale: questo fatto ha consegnato
l’embrione allo sfruttamento biotecnologico e commerciale.
La scienza ha saputo trovare, e
pensiamo che possa trovare, forme di terapia per le malattie su base genetica o
degenerativa attraverso altri procedimenti, come l’utilizzazione di cellule
staminali prelevate dal sangue materno o da aborti spontanei, continuando le
ricerche nel campo delle terapie geniche e percorrendo di nuovo lo studio sugli
animali: se, per ipotesi, l’unica via possibile fosse invece quella della
clonazione umana, allora bisognerebbe avere il coraggio intellettuale e morale
di rinunciare a questo percorso, poiché imporre l’origine e la morte di un
proprio simile per garantirsi la salute è un atto di ingiustizia che lede nelle
sue fondamenta la nostra dignità e la nostra civiltà.
(Documento del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica
del Sacro Cuore del 12 gennaio 1999)