POLLACK R., I segni della vita. Il linguaggio e il significato del DNA , Torino: Bollati Boringhieri, 1995, pp. 200.

(M.L. Di Pietro)

Robert Pollack, collaboratore di James Watson nelle ricerche sul DNA e docente per molti anni alla Columbia University, ha scritto questo libro, pubblicato con il titolo Signs of life. The language and meanings of DNA nel 1994 e tradotto in italiano da Marco Ferrari, a scopi strettamente divulgativi.

Infatti, del DNA - questa struttura a doppia elica divenuta oramai uno dei simboli della modernità - non si conosce mai abbastanza; pochi ne hanno compreso il significato e le funzioni; in molti suscita un'inquieta evocazione di speranze e di timori.

Per questi motivi è più che mai utile una trattazione, che scevra da formule e incomprensibili schematizzazioni, racconti, arricchendola anche di numerose citazioni letterarie, la storia di grandi scoperte e di grandi conquiste per il futuro dell'umanità. Fa da filo conduttore una metafora linguistica: il genoma di un organismo, l'informazione in esso contenuta, viene assimilato a un'enciclopedia in molti volumi. Per carpirne i segreti il biologo molecolare, come il linguista, deve trascrivere, decodificare, interpretare, ma anche sottolineare gli errori di metodo e l'utilizzazione spericolata di conoscenze ancora non complete.

E' senz'altro difficile spiegare con parole semplici concetti difficili anche per chi è addetto ai lavori: in questi termini il lavoro di Pollack è senz'altro apprezzabile. Ma forse questa semplificazione semantica fa scivolare l'autore verso un'eccessiva semplificazione - consentiteci il termine - «ontologica», tanto da non riuscire più a distinguere la differenza che intercorre tra una cellula, anche umana, e un embrione umano.

E' esemplificativo in questo senso quanto egli scrive a p. 63 a proposito della diagnosi pre-implantatoria su embrioni fecondati in vitro: «Se il test del DNA di un embrione trova almeno un allele funzionale per il gene a rischio, le cellule rimanenti sono osservate per un certo periodo e quindi trapiantate perché divengano un bambino. Se il test del DNA mostra che tra gli alleli non ce n'è per esempio neppure uno normale per il gene del CFTR o la Tay-Sachs, le cellule sono abbandonate: non si pu= parlare tanto di aborto quanto di blocco nello sviluppo».

Dunque la perdita di una vita umana appena concepita - perdita deliberatamente perseguita - non sarebbe da considerare «aborto», che viene tra l'altro ritenuto «essenziale» per ridurre l'incidenza di alcune malattie genetiche: «Le coppie che scoprono di essere portatrici di un allele di Tay-Sachs imperfetto possono far sottoporre al test anche le cellule del feto e se scoprono che manca l'enzima critico possono scegliere di abortire... I controlli sui genitori, i test prenatali e l'aborto selettivo hanno complessivamente diminuito di più di dieci volte l'incidenza della malattia di Tay-Sachs tra gli ebrei americani» (pp. 59-60). Un'aberrante proposta in contrasto tra l'altro con le finalità della Medicina: ridurre l'incidenza di una malattia, eliminando chi è malato!


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